Il nome Donna Paola nasce da un litigio.
O meglio: da una sfida vera, di quelle che segnano un destino.
Siamo negli anni ’60, in un mondo agricolo e vinicolo profondamente maschile, dove i ruoli sono chiari e difficili da scardinare. In questo contesto, Paola Di Mauro acquista un terreno nei Castelli Romani da una signora francese. Non lo fa per istinto o per tradizione, ma perché vede un potenziale dove altri vedono solo terra complicata.
Paola osserva, ascolta, studia. E a un certo punto osa fare qualcosa che, per l’epoca, è quasi impensabile: chiede a un contadino del posto di provare a fare un vino migliore.
Non un consiglio.
Una sfida.
La reazione è immediata. Il contadino si stizzisce. Non tanto per la proposta in sé, quanto per chi l’ha fatta. Una donna che mette in discussione un sapere consolidato, che osa alzare l’asticella, che non accetta il “si è sempre fatto così”.
La risposta arriva secca, tagliente:
«Signora, se si crede tanto brava… se lo faccia da sola.»
In quella frase c’è tutto il peso di un’epoca.
Ma Paola non arretra. Accetta la sfida.
Lo fa con intelligenza e lucidità, consapevole che la visione, da sola, non basta. Per trasformare quell’idea in qualcosa di concreto, sceglie di affidarsi ai migliori. Si avvale di grandi nomi dell’enologia italiana, come Giorgio Grai, che insieme a Giacomo Tachis rappresentava allora il punto di riferimento assoluto per chi voleva fare vino ad altissimo livello. Una scelta che racconta molto di Paola: determinata, sì, ma anche capace di riconoscere il valore delle competenze e di costruire alleanze solide.
Da quella sfida nasce un percorso fatto di lavoro, perseveranza e visione. Giorno dopo giorno, senza scorciatoie, Paola trasforma quel terreno in una realtà vinicola credibile e riconosciuta. Non è solo una conquista imprenditoriale: è una rivincita personale, ottenuta in un mondo che non era pronto ad accoglierla.
Donna Paola è l’omaggio di Valerio a sua nonna.
Un nome che racchiude carattere, orgoglio e determinazione.
Un vino che celebra una donna capace di farsi valere quando farlo era tutt’altro che scontato.
Non è solo un ricordo di famiglia.
È una storia di conquista.
Ed è, ancora oggi, il cuore di Colle Picchioni.